Lunedì “partecipato” in veste lavorativa all’incontro della Rulling Companies su Facebook e Social Network.
I relatori erano Lele, Vincos e Fabio Giglietto mentre Riccardo Luna, Zamperini e Stefano Venturi hanno fatto in chiusura dei brevi interventi.
Purtroppo non posso dire di aver imparato alcunché, non tanto per la pochezza dei relatori, quanto per il taglio dell’incontro destinato al management che di Facebook e social network ne sa ben poco. Io appartengo alla generazione Y, quella che insegna agli adulti l’utilizzo di nuovi strumenti e linguaggi, quindi non sono certo le esperienze di terzi a farmi capire quanto e come possa essere utile il web. Io faccio e poi mi confronto.
Una cosa però mi ha colpito dell’intervento di Lele, l’ammissione che non ci sono veri e propri motivi per cui FB è tanto frequentato perché è “solo” una questione antropologica.
Il mondo è brutto,
FB è figo.
Tutti su FB!

Alla fine del pomeriggio però, mentre guardavo il mio capo, sono stato assalito da un enorme problema. Qui si parla di frontiera, collaborazione, mktg alternativo, partecipazione etc, ma a fare un sito, normale, piatto, chiuso, in html nudo e crudo, ancora ci pensa qualcuno?
Si parla solamente di conversazioni, viralità, partecipazione, ma una volta ingaggiato l’utente, poverino, vorremo fargli vedere un sito decente? Inoltre se è vero che oltre la metà degli utenti sta su FB, vogliamo pensare a quel 40%? Vogliamo valutare in quella percentuale quanti clienti abbiamo?
Ha senso spendere fatica, energie e soprattutto soldi per fare un’applicazione da Facebook o pagare qualcuno che passi la giornata a rispondere ai commenti o monitori cosa si dice di noi, se poi in casa nostra non riusciamo ad accogliere neanche il più paziente dei visitatori?
Ho davvero molto timore dell’hype che si sta creando intorno al web e ai social osi.
Gli utenti su FB linkano dei contenuti. Se l’azienda prima di entrare in quel meccanismo non produce robbabbuona, che ci va a fare lì?
Il mitologico personaggio del mio intervento al Microcamp Turi re Pupi, disse al mega consulente “ma io che minch*a me ne faccio di Twitter?”.

Non pensiate che voglia essere polemico, più del solito s’intende, ma sono reduce da un lavoro di riorganizzazione dell’alberatura e dei contenuti del progetto a cui lavoro da più di un anno, e vi assicuro che la cosa più difficile non è stata pensare le widget, le funzionalità della georeferenziazioni o la piattaforma di social networking, quanto l’alberatura, l’aggiornamento, lo stile e la riscrittura dei contenuti. Senza parlare della grafica, degli ingombri, delle icone e dei percorsi degli utenti!
Temo fortemente che qui, a furia di parlare di social network, si dimentichi che il web non è solo parlare ma anche fare, costruire, interagire, esportare e ricreare.
Da tempo sento un profondo senso di insoddisfazione verso tutti i siti che frequento, ma anche riguardo gli strumenti abilitanti alla presenza sul web, alla portabilità e all’intrapresa personale. Sono stufo di dover essere uno smanettone per poter fare un sito, un e-commerce, creare dei luoghi per i miei amici, caricare i miei contenuti e collegarci magari pure tutte le mie attività quotidiane.
Vogliamo parlare poi dei nuovi device (nuovi intesi come mai visti) o delle opportunità delle comunità locali?
E delle reti wireless e dei gruppi di acquisto per affrontare la crisi?
Per me Facebook adesso è un ottimo strumento per rimanere in contatto con gli amici, partecipare agli eventi, e tirare il filo alle donne.
Sulla carta, nel vero senso della parola, abbiamo già superato il concetto di social network, di web 2, di distanza tra on e off line.

Si lo so, sembro un pazzo, ma non avete visto gli amici con cui lavoro :)
Presto ve li presenterò, insieme al mio..uhm, vi ho mai detto che il termine progetto mi ha davvero stufato?
E’ abusato, vuoto, generico e inutilmente affettato.
Cambieremo anche quello, ma non oggi
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