Re-wired e il socialismo meritocratico

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Sono triste.
Ieri pomeriggio alle 19 (13 maggio 2010) sono andato all’incontro organizzato da Wired Italia per l’avvio del progetto re-wired, una piattaforma/vetrina per la condivisione di idee sul nuovo sito Wired.it.

Il direttore Riccardo Luna ha condotto l’incontro con pacata e ironica abilità, evidenziando le qualità di Internet tramite la presentazioni de ilPost, dell’infografica “Net At Work” (uscita sulla rivista di questo mese a pagina 142), e i pareri del nuovo direttore editoria digitale Condé Nast Marco Pratellesi.

Riccardo sin dall’inizio ha premesso che, come per il lancio della rivista, anche per il web si partirà 100 giorni prima della pubblicazione con l’engadgement dei lettori al fine di ricevere idee, spunti, progetti e tecnologie in cambio di visibilità.

Un progetto nobile e forte, promosso peraltro da un brand che ha costruito Internet, quindi una garanzia di attendibilità e notorietà.
Tutto positivo e ormai quasi “usuale” in Rete, ma allora perché questo incontro mi ha così scoraggiato?

Nel mio intervento ho malamente spiegato che questo progetto come anche Zooppa, BootB, Adobe yougc, Samsung young design award e altri, non fa altro che alimentare le speranze di giovani che pur con un discreto bagaglio di conoscenze e capacità, non riescono a trovare un lavoro soddisfacente che li faccia crescere e realizzare. Ecco spiegato l’arrivo di progetti a pioggia, realizzati con cura, fatica, dispendio di energie e denaro. La regola di questi concorsi in generale, è che vince sempre il migliore, e i migliori li giudicano gli utenti, gli stessi che alla De Coubertin, l’importante è che partecipino. L’importante che si mettano in mostra.

Cosa c’è di male in tutto questo? Nulla, a parte la frustrazione di tutti coloro che affannandosi dietro premi chimera e il disagio della disoccupazione, lavorano, producono, “fanno” qualcosa che sarà pure pubblica, ma che rischia sempre di rimanere affogata dalla massa, e ridursi a lavoro gratuito archiviato in enormi contenitori di proprietà dei gestori della piattaforma (quanti leggono le policy?).

Non è il lavoro gratuito, né il furto di idee, né tantomeno l’utopica visibilità di un cortile di pavoni a preoccuparmi, ma il proliferare di “vetrine”, di “opportunità” e di “aperture” che temo possano innescare cannibalistiche meccaniche meritocratiche in cui conta solo essere il migliore, il più brillante, il più bravo!
E chi all’ennesimo concorso non ha alcun risultato? E i secondi e i terzi? Che fine fanno i mediocri? Chi si prende cura di loro e chi li aiuta a crescere e sviluppare i loro talenti?
Che clima stiamo creando? Cosa pensano i nativi digitali e i neo laureati del mondo del lavoro?

Forse gli si fa credere che nella vita bisogna essere sempre carichi, pronti, creativi, innovativi e rivoluzionari? Che loro sono geni e la loro genialità debba essere premiata e valorizzata sempre?

Sciocchezze!

Il mondo reale è fatto soprattutto di fatica, monotona quotidianità, screzi e ingiustizie. Certo non mancano passione, soddisfazioni e opportunità, ma il compito educativo e informativo che abbiamo noi adulti è di raccontare il mondo reale, non solo il mondo dei campioni.

Coscienziosamente non riesco a dire ad un neolaureato che sarà tutto facile e che, per il suo talento, sarà sempre gratificato. Si sopravvive con compromessi, sopportazione e sacrificio. Chi non è preparato a tutto questo rischia di cadere alla prima difficoltà per rifugiarsi o chiudersi in se stesso. Non credo che il consumo di psicofarmaci, alcol e cocaina qui a Milano, la capitale della produttività, sia del tutto casuale, no?!

Facile quindi aiutare i più forti! Facile investire solo regalando visibilità, invece che assistenza e formazione. Senza contare poi che, volendo essere maligni, si potrebbe pensare anche a semplici manovre pubblicitaria con il valore aggiunto di creare un database gratuito di idee, creatività e riferimenti tecnologici di spessore. Di questo Wired non credo abbia bisogno, mentre per qualche altro progetto simile il dubbio mi viene.

Per queste ragioni ho suggerito a Riccardo di dare indicazioni più precise ai partecipanti.
Qualsiasi professionista sa che un grande sito come quello di Wired, 100 giorni prima del lancio, è praticamente quasi tutto già progettato e imbrigliato in strategie di comunicazione, guideline grafiche e specifiche tecniche che solo ordini alti, ma molto alti, possono stravolgere.

Perché quindi lasciare completa libertà ai partecipanti di re-wired? Perché non dare un brief in cui si indica un percorso creativo/tecnico da fare?
Perché fomentare giovani speranzosi con la discreta certezza che produrranno progetti irrealizzabili o lontani dalla realtà?

Forse non l’ho pronunciato abbastanza forte, o forse non sono riuscito a farmi capire bene, ma sono sicuro che se si continuerà a lasciare questa finta (scusate, ma lo è) apertura per attrarre masse di utenti e idee, prima o poi questo socialismo meritocratico scatenerà un anarchico stravolgimento della Rete che andrà ben oltre il 2.0.

Ovviamente con tutto questo non voglio dire che Wired, H-art o Adobe debbano mettersi a fare progetti di reinserimento lavorativo o formazione gratuita, ma che si inizi a trattare il crowd, la Rete e soprattutto i giovani con un po’ più di rispetto, beh si, questo lo pretendo. Come d’altro canto pretendo anche che i giovani si spoglino della superbia che lauree, master e un po’ di nozioni pescate in Rete instillano senza alcun fondamento.

Chiedo solo un po’ di onestà, umiltà e professionalità da entrambe le parti.

Ovviamente oltre paternali sto cercando anche di far qualcosa di concreto, per questo sto fondando con due amici una cooperativa sociale di servizi per la comunicazione e il marketing di cui questo post rappresenta una parte di “Codice etico”, ma di questo ve ne parlerò a tempo debito.

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6 Comments

18 commenti a “Re-wired e il socialismo meritocratico”

  1. sharon il :

    ciao, ieri sera dovevo esserci anch’io alla serata, ma visto che avevo intuito più o meno che si trattava della presentazione di un concorso, sono rimasta a casa al caldo.
    Concordo pienamente con le tue opinioni, non si può ripagare un giovane o un professionista solo con la visibilità, con essa non ci paghi gli studi, le bollette e altro.
    Onestamente non partecipo ai concorsi e non incentivo nemmeno i giovani a farlo, anzi li sprono piuttosto a trovarsi il panettiere sotto casa come cliente, così da farsi le ossa sul campo, prendendo anche due lire.
    E’ molto più onesto e ci si confronta meglio con la realtà del lavoro.

  2. Antonio Patti LdF il :

    Beh dai, ieri poi alla fine non faceva tanto freddo! :)
    Hai perfettamente ragione quando parli del panettiere sotto casa perché, oltre a valorizzare il locale, che è il posto in cui volenti o nolenti abitiamo, si fa qualcosa di conreto e costruttivo.

    Non dovesse scapparci una gran parcella, almeno ci si è fatto un amico e si è mangiato pane fresco (sembra una sciocchezza, ma non lo è..lo scambio di beni potrebbe essere il “futuro”).
    Ciao!

  3. Marketing Park il :

    Trovo questo post intelligente e dirompente, come non ne leggevo da tempo. Cricche di blogger non avrebbero avuto altrettanto coraggio di scrivere e pronunciare queste cose al cospetto di cotanto editore. Nelle cricche, si sa, ci si aiuta/promuove/followa a più non posso, i dubbi non sono minimamente considerabili. Le mie letture quotidiane sono ridotte al lumicino, ormai. Non è un caso. A proposito di crowdsourcing, ne parlavamo in questi giorni anche qui http://www.mlist.it/discussioni/crowdsourcing-come-sta-andando-in-italia
    Francamente di visibilità “pelosa” non se ne può più. Alla fine c’è sempre qualcuno che ce campa, alla grande, e quel qualcuno è sempre un altro.
    A presto

    TZ

  4. 3 letture in relax « Marketing Park il :

    [...] Dubbi legittimi sul crowdsourcing [...]

  5. Antonio Patti LdF il :

    Titti non sai quanto piacere mi faccia questo tuo commento :)
    Sono felice che qualcun altro oltre Sharon e me, si interroghi onestamente sull’efficacità del crowd come concepito sinora. Non mi sento tanto rivoluzionario, e neanche membro di alcuna cricca. A me basta che arrivino i commenti di chi merita rispetto davvero. ;)
    Sulla lista inoltre avete snocciolato il problema molto meglio di me, io ho avuto solo la faccia tosta di dirlo durante l’evento di presentazione. Inoltre ho mandato in pvt via FB un messaggio col link a Luna, ma non mi ha ancora risposto. Buh, vedremo!

  6. FratelloUser il :

    Mi è piaciuto molto. Anch’io scrivo di crowdsourcing e sono d’accordo sulle considerazioni espresse a proposito dell’iniziativa di Wired. Su altre cose (ad esempio il fatto che nei contest online per uno che vince, ne perdono molti) mi piacerebbe aprire il confronto e penso/spero che ce ne sarà occasione.

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  7. Antonio Patti LdF il :

    ciao Fratello (o suona molto friendly)..certamente non mancheranno occasioni di confronto, ma soprattutto sperimentazione. Credo che di teoria se ne sia fatta fin troppa :) Grazie e a presto!

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  8. riccardo luna il :

    Antonio, mi spiace che tu sia triste. E che l’annuncio del nuovo sito di wired ti abbia intristito. Scrivi delle cose sagge, ma credo che un anno e mezzo di wired italia dimostrino come ci siamo mossi finora, la buona fede intendo. E lo stesso vale per wired punto it: ci sono voluti mesi a convincere l’editore a cambiare tutto, a dialogare con la rete, a fare un progetto per valorizzare il meglio delle rete italiana, a sposare l’open source. E presto spero anche creative commons. Chiedi che vengano rese note delle guidelines, è giusto, ma in questa prima fase vorrei capire che aria tira su wired.it senza nessun condizionamento. Mi piace cambiare idea quando incontro uno più bravo di me e secondo me ne troveremo molti. spero che il nuovo sito ti faccia passare la tristezza e grazie per avermi coinvolto in questa discussione

  9. FratelloUser il :

    giusto!

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  10. Antonio Patti LdF il :

    Ciao Riccardo e grazie per il chiarimento. In effetti non ho mai pensato a questa iniziativa come uno strumento di apertura interno a Wired/Condé Nast. Davvero furbo. La formula -open=lettori=inserzionisti+abbonati- anche se semplice, forse non l’hanno capita tutti. Credo ancora alla vostra buona fede, anche perché se non l’avessi fatto non avrei scritto il post. Lo faccio perché penso che l’eredità Wired sia troppo importante per basse manovre pubblicitarie. Aspetto fiducioso l’esito di questo progetto con i gli aggiustamenti che riterrete opportuni e la concretezza necessaria ad aprirsi e a “ripagare” i partecipanti.
    Magari provo a scrivere qualcosa anche io!
    Grazie e al prossimo evento.

  11. Marketing Park il :

    Ti segnalo questo post http://www.mlist.it/discussioni/crowdsourcing-come-sta-andando-in-italia-3
    Crowdsourcing e grafica? Pare interessante.

    Ciao

    TZ

  12. Creatività e crowdsourcing: notizie dal fronte/retro « Comunicazioni Positive il :

    [...] attirare traffico e utenti ed ottenere magari diffusione gratuita ad opera degli stessi. Re-Wired e il socialismo meritocratico: tu chiamale, se vuoi… [...]

  13. Eugenio Pattaro il :

    Ciao e complimenti per i tuoi articoli. Concordo pienamente con la tua analisi sugli aspetti alienatori del “crowdsourcing” e soprattutto sul fatto che la responsabilità dell’andamento del fenomeno sia da attribuirsi in egual misura ad entrambe le parti, “committenti” e creativi.
    Purtroppo il fenomeno porta ad un ragionamento che coinvolge un po’ tutti i campi della creatività. Fervidi sognatori ed intellettuali, tipicamente un po’ avulsi dalla realtà materiale, con lo sviluppo della società digitale hanno scoperto strumenti di espressione immediati che bypassano tutte quelle faticose logiche interpersonali, formali e purtroppo anche burocratiche della quotidianità. A mio parere questa è stata la più grande fortuna e al contempo la più grande sfortuna di tutti i creativi (e non solo). La voglia di comunicare, di dire al mondo ciò che si pensa, di manifestare la propria estetica, soprattutto nei giovani, è dirompente; il processo di crescita (sia personale che professionale) è però rappresentato proprio dalla sfida di riuscire a formarsi gli strumenti comunicativi adatti per poter esprimere la propria identità e dall’imparare a conoscere i meccanismi del mondo in modo da per poter trasformare le proprie idee in realtà. Avere quindi a disposizione queste pseudo-facilitazioni digitali significa alimentarsi l’illusione di crescere, di potercela fare…quando in realtà si sono aggiunti solo nuovi amici al proprio network.

  14. Antonio Patti LdF il :

    Ciao Eugenio,
    hai centrato un altro punto che avevo sottovalutato. La dimensione personale e formativa dei ragazzi eccitati dai nuovi strumenti che, oltre illuderli e frustrarli, li aliena dal reale contesto lavorativo facendo proprio leva sulla componente edonistica della creatività. Si rischia quindi di trovarsi con più o meno validi “artisti” che non riescono a rapportarsi con un gruppo di lavoro, che non riescono a gestire i conflitti, le scadenze e la noia mortale che si deve affrontare periodicamente in qualsiasi luogo di lavoro. Già..oltre ad essere abbandonati a se stessi e spremuti occasionalmente, rischiano anche di cadere in deliri di onnipotenza assolutamente insensati. Pensa che controsenso far gestire la rete sociale di un brand a una persona incapace di gestire i rapporti interpersonali face2face.
    In certi casi oltre alla formazione professionale, è necessario fare educazione professionale..anche se quest’ultima si dovrebbe acquisire con l’esperienza.
    Grazie per il tuo contributo!
    :)

  15. Marketing Park il :

    Trovo davvero cruciale quanto espresso da Eugenio e ribadito da te, Antonio. Vedo che la discussione sta sviscerando sempre più aspetti impensati ed inalienabili sul tema crowdsourcing.

    Ciao

    Titti

  16. Marco Dal Pozzo [mdp] il :

    Ci si perde, ci si ritrova…quando ricapiti sulla mia strada sorrido pensando a quanta ne hai fatta tu! Complimenti Anto’…non ci conosciamo ancora ma prima o poi…ah, la dedica, la sento anche mia :))

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  17. Marco Dal Pozzo [mdp] il :

    Ci si perde, ci si ritrova…quando ricapiti sulla mia strada sorrido pensando a quanta ne hai fatta tu! Complimenti Anto’…non ci conosciamo ancora ma prima o poi…ah, la dedica, la sento anche mia :))

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  18. Antonio Patti LdF il :

    Hey Marco..si, ne ho fatta tanta strada, soprattutto in salita venendo da Catania :) La dedica è anche per te, perché l’hai sentita tua e quindi l’ho scritta anche grazie a te. Se non mi avessi lasciato qualcosa non avresti colto altrimenti. Ci conosceremo prima o poi, stanne certo :) Un caro abbraccio!

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