Il brand immaginario

Le attività di FbP sono ferme da tantissimo o meglio…sono passate alla fase operativa tralasciando completamente la fase creativa e condivisa.
Non me ne vogliate, ma ho intrapreso con discreto fervore il mio progetto per la ristorazione che, unito a qualche altro impegno, mi ha allontanato del tutto da questi lidi.

In questi giorni ho riflettuto su scontatezze che tutti coloro che hanno studiato 4 righe di mktg conoscono benissimo.

Il costo di un prodotto/servizio è solitamente prodotto da fattori grossolanamente riassunti in progettazione, produzione, logistica, promozione, investimenti, fisco, domanda e offerta.
Bene..
Alla voce promozione ovviamente spesso troviamo spese che fanno schizzare i prezzi al dettaglio in maniera esorbitante soprattutto per gli investimenti che i vecchi media (e i new-media con il loro corollario di nuovi “esperti-consulenti”) necessitano.
Questo significa che spesso prima ancora di pagare quello che compriamo, ci si ritrova a pagare lo spot, la stampa, i 6×3 o i siti megagalattici (e inutili) in flash.

Io detesto vedere in un prodotto quello che il management ha deciso per me e ancora di più detesto l’idea che si possa desiderare qualcosa solo perché gli altri lo desiderano o lo hanno già.

L’immagine oggigiorno purtroppo viene prima del prodotto stesso, ma se si capovolgesse il punto di vista creando un brand che come filosofia descriva unicamente il prodotto?

Non più quindi un marchio che secondo la sua identity, mission, vision e quello che cavolo volete metterci, modifica e migliora il suo prodotto, quanto un marchio che dice:

“Io vendo questo che è solo quello che vedi”

La mia idea è di una semplicità spaventosa.
Perché non creare un brand che renda il più possibile trasparenti i suoi costi e i suoi ricavi (standardizzandoli e motivandoli magari), così da regalare al consumatore finalmente la possibilità di sapere davvero cosa compra.

Immaginate una targhetta con su scritto:

  • Costo materiale: 4 euro.
  • Costo manodopera: 15 euro
  • Costo spedizione: 3,5 euro
  • Ricarico -brand immaginario- 20%
    —-
  • Totale 27 euro

Fantascienza?
Vedremo..

Una volta messo a punto il modo per pubblicare i costi del produttore e quelli del distributore (il nostro brand immaginario appunto), i clienti avrebbero un prodotto vero che costa quanto vale davvero. Senza che l’azienda si vergogni per quello che ci guadagna su anche perché, nonostante i costi di produzione e progettazione siano terziarizzati, lei di suo mette la comunicazione, il coordinamento, la spedizione etc..

Dopotutto noi quotidianamente acquistiamo oggetti prodotti da chissà chi, progettata chissà dove e distribuita chissà come.

Ammettere di star rivendendo roba e idee altrui non è mica la fine del mondo e soprattutto, sarebbe una molla potentissima per la diffusione di un’identità molto più forte di quelle che è possibile costruire con investimenti miliardari in spot, eventi e stampe.

“Noi siamo quelli che vendiamo quello che troviamo in giro, che ci piace, che ti mostriamo e dimostriamo..guadagnandoci su il giust
o.”

In start-up ovviamente ci vorrebbero accordi con produttori, investimenti minimi, piano di comunicazione forte e sincero, previsioni sulle economie di scala e sulla regolamentazione -pubblica- dei prezzi.
Internet e i consumatori farebbero il resto…

Minchia più ci penso e più credo sia una folle impresa con un solo vero punto debole, il coraggio di provarci.
L’onestà e la qualità, al giusto prezzo e con la giusta comunicazione non possono essere ignorate..soprattutto se indirizzate verso il giusto target, con il giusto mezzo e le giuste parole.

Che ne pensate?

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7 commenti a “Il brand immaginario”

  1. Marco Dal Pozzo il :

    Antonio,
    quello che tu scrivi non e’ assolutamente fantascienza. Almeno per noi giovani leve…

    Ne ho sentito parlare da diverse parti: trasparenza e’ la parola d’ordine.

    O, meglio, dovrebbe essere :-(

    Sono impegnanto (per ragioni di tempo saltuariamente) in ambito turistico e gestisco un sito in cui vengono presentate anche delle offerte.

    Non sono mai riuscito, pero’, a convincere chi lavora con me che sarebbe essenziale pubblicare il prezzo dei Servizi offerti ed il loro dettaglio (se non ricordo male questa e’ anche la raccomandazione del Codice Etico del Turismo)…

    Adesso devo pensare a come fare l’operazione trasparenza anche per me (non appena avro’ capito certe cose…)

    Dopo pero’ subentrerebbe un altro problema: l’educazione degli utenti :-)

  2. Antonio LdF il :

    Il principio è esattamente lo stesso ed anzi nel turismo sarebbe ancora più vantaggioso perché chi va in ferie affidando il proprio riposo nelle mani delle agenzie credo preferirebbe la trasparenza alle chiacchiere.

    Il problema fondamentalesai qual’è Marco?
    Ammettere pubblicamente quanto si guadagna ed evitare le speculazioni è una cosa assolutamente anticommerciale che un imprenditore medio non farebbe mai.

    Noi allora che ci stiamo a fare?
    ;-)

  3. enore savoia il :

    @Antonio … tanto per farti capire
    come la penso :)

  4. giuliana il :

    uhm… ok la trasparenza, ma io ho un dubbio gigantesco su una cosa: come fa il cliente medio a capire quanto è il giusto? voglio dire: se per te un ricarico del, mettiamo 20%, è più che probabile che troverai masse di poenziali clienti che troveranno eccessivo quel 20%. e allora? non parliamo di educazione, perchè se è difficile per un’agenzia educare i suoi clienti – e mediamente un’agenzia parla con persone non del tutto digiune dell’argomento – come vuoi che un’azienda riesca a educare un pubblico generalizzato?
    ci sono però aziende che in parte vanno in questa direzione: vedi l’ikea, per esempio, che dichiara apertamente di delegare alcuni servizi ai clienti per non farglieli pagare; o la mivar, quella delle tv, che non spende una lira in pubblicità e che forse manco ce l’ha un ufficio marketing. insomma, ok la trasparenza, ma trovo la tua proposta un po’ troppo spinta.

  5. Antonio LdF il :

    Ah..la Mivar!
    E’ stata la tv della mia cucina per più di un decennio!
    :-)

    Hai colto -ovviamente- un nodo centrale della questione che però io penso risolvibile tramite una comunicazione diretta e sincera.

    Il prezzo secondo il mio piano dovrebbe essere accettato perché corrispondente quasi totalmente alla qualità del prodotto che non avrebbe altri costi accessori..

    Per capirci..un potenziale acquirente che legge il sito, decodifica bene il messaggio, guarda i video etc etc, acquista un prodotto di qualità senza pagare la pubblicità e il brand in se, ma accetterebbe altresì che quello che sceglie la roba, ne parla, la impacchetta etc, deve essere pagato!

    Cioé è come se approvassero quella percentuale come giusta perché chiara! Chissà se pagerebbero un paio di occhiali Bulgari 200 euro sapendo che a luxottica costano massimo una 20ina..

    Tutto da verificare comunque eh..
    ;-)

  6. Simone Lovati il :

    Ciao Antonio,

    hai ragione non è assolutamente una cattiva idea, c’è chi come dici tu già l’ha messa in pratica:
    http://marketingagora.wordpress.com/2007/11/24/cheap-branding-e-se-le-nike-costassero-15/#comments

    P.S. Ora ho letto il tuo post anch’io, grazie Marketing Agorà

  7. Antonio LdF il :

    He he bello questo intreccio Simone!
    Hai portato davvero un ottimo esempio!

    :-)

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