Io comunicatore

October 27, 2005 by Antonio Patti LdF · 4 Comments
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Da quando la dirittura d’arrivo del mio percorso universitario si è iniziata a vedere, ho sempre cercato di guardare oltre l’immediato riferendomi alle caratteristiche che il “presente me stesso” offriva, così da fare una scelte che potessero essere il più efficaci possibili al “futuro me stesso”.
Da quando ho iniziato questo master sento di aver capito quale sia la mia vera vocazione tanto da concedermi il lusso di dire cosa vorrei fare da grande…
l’addetto alla comunicazione, o se vogliamo essere poetici, il comunicatore.

Che abbia le capacità o meno sarà il caso assieme a chi ci incontrerò dentro a deciderlo, ma tanta e tale è la mia convinzione che ormai applico quel po’ che so al maggior numero di casi in cui mi imbatto quotidinianamente.
La cosa particolarissima che oggi ho notato durante una lezione di comunicazione è legata appunto alla forma mentis che (secondo la mia superficialissima opinione) un comunicatore acquisisce con la professione. Ho avuto come la sensazione che tutto ciò che in me ha un minimo di chiarezza o di semplice esistere possa essere comunicato; praticamente nulla risulta più coperto da segreto istruttorio, neanche tutto quel malloppo di esperienze che per intensità ed intimità magari fino a qualche tempo fa avrei faticato ad esprimere.

L’occasione per questa riflessione mi è stata data da un intervento del nostro formatore il quale domandandoci della nostra vita privata, sottolineava come non fosse obbligatorio dire tutto, ma che alla luce del rapporto cristallino che pare essersi creato, non sarebbe stato assolutamente necessario tacere alcunché. Beh in quel momento ho preso coscienza del fatto che ormai nulla riguardo la mia persona e le mie esperienze istintivamente nascondo..un po’ perché ho superato tutto, un po’ perché ormai tutto, e dico tutto ciò che passa in me credo potenzialmente sia comunicabile e trasmissibile. Ovviamente ciò non significa che tutto quello sia degno di diventare pubblico, quanto che non trovo alcuna difficoltà a parlare delle mie concezioni politiche, dei miei problemi sentimentali e di null’altro.

La cosa però che mi ha colpito maggiormente è che a questa sorta di apertura corrisponde una sinistra freddezza, un’ambigua intelligenza ricostruttrice che taglia, modifica e sterilizza prima di esporre ogni singolo sentimento. La capacità di riportare fedelmente ogni momento della mia vita infatti strania a tal punto da darmi come feedback la sensazione di non star vivendo quello che racconto perché il vivere ed il raccontare interpreto in maniera del tutto differente; di certo è una mia fisima, ma che l’immedesimazione sia differente dal vissuto vero e proprio credo sia già dimostrato. Non per nulla tanto decantate sono le proprietà catartiche della scrittura e della poesia.

Uno dei più grandi insegnamenti che la Filosofia mi abbia potuto lasciare è proprio questo: -l’uomo non riesce a non comunicare e questa è la sua unica debolezza-. L’ottimo Baruch Spinoza aveva visto molto lungo dal suo isolato studio di tornitore di lenti; come altrettanto profondo, anche se meno fascionoso, fu Wittgenstein quando alla fine del suo sistema di proposizioni e assiomi confessò che la parte più importante della conoscenza era proprio quella del “non detto”.

La mia domanda parecchio retorica ed inutile a questo punto è questa:
quanto del comunicato appartiene realmente al vissuto e perché ciò che si comunica tende a non essere vissuto più come proprio?

Sono certissimo che una stragrande maggioranza non sarà d’accordo col dubbio da me avanzato, ma si prenda questo post come una semplice esercitazione di comunicazione tanto che adesso, dopo aver scritto, neanche così importante mi sembra la questione; parlerò fin quando avrò la sensazione d’essere percepito al meglio, fin quando ne avrò voglia e fin quando qualcuno mi vorrà per farlo. Forse tutto il resto lascia un po’ il tempo che trova.

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Lavoro di gruppo

October 26, 2005 by Antonio Patti LdF · 1 Comment
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Nel pomeriggio di ieri ci si è trovati a casa di un collega del master per un compitino lasciatoci che noi, bravi e diligenti studenti quali siamo, abbiamo portato entusiasticamente a compimento.
Tutto verteva sulla definizione del piano formativo -time table- di un corso di aggiornamento per il reparto commerciale di una grande azienda.

Le riflessioni potrebbero fondarsi sia sui contenuti stessi del corso (inventati di sana pianta), sia sulla nostra collaborazione come gruppo di lavoro; dal momento però che una delle ultime lezioni della scorsa settimana ha trattato proprio la tematica del “lavoro di gruppo”, cercherò di dire qualcosa di nuovo in proposito.

Inizio precisando che seppur contento dei risultati, ritengo necessario sottolineare che il contesto in cui ci siamo mossi era viziato da un’amichevolezza e da una disponibilità difficilmente ricostruibili all’interno di un contesto lavorativo; suppongo che se si è lavorato così bene sia dovuto pure all’atmosfera di gioco e complicità che si è creata tra noi masterini. Con questo non voglio assolutamente sminuire nulla di quello che si è fatto e che anzi mi è sembrato molto più professionale di quello che la nostra preparazione avrebbe previsto, ma credo che un po’ di elasticità possa far intuire che una situazione come la nostra sia corrotta (positivamente) da un “conoscersi” ormai mediamente profondo. Per questo motivo vivo l’esercitazione come momento dall’importanza capitale, ma sempre -meno- forte di una qualsiasi esperienza lavorativa.

Ho inventato l’acqua calda lo so, ma da questo spunto pindaricamente ho immaginato le dinamiche che solitamente si vengono a creare all’interno di un contesto lavorativo, in cui oltre all’obiettivo finale del gruppo e l’intelligenza responsabile dei singoli, si ha un incrocio di personalità, obiettivi secondari e caratteri personali il cui mescolamento da un esito al posto di un altro. Continuo a scaldare acqua già tiepida, ma…se un gruppo creato su misura per un progetto ha come maggior debolezza potenziale quella del incombente conflitto insoluto originato da “semplici” attriti professionali per aspirazioni represse, gelosie e giochi di corte; beh a quel punto col cavolo che si è più efficaci unendo le forze!
Mi spiego meglio.
Nel caso di lavori a progetto con membri esterni o meno, l’intesa credo vada centrata sul benefit successivo al raggiungimento dell’obiettivo che se diversificato tra i vari elementi potrebbe causare attriti o incomprensioni. Volendo essere proprio bassi, se a qualcuno si promette un aumento salariale maggiore di quello di un altro indipendentemente dal ruolo ricoperto, credo si avrebbe un clima avverso alla collaborazione poiché si potrebbe verificare un’autolimitazione delle prestazioni per un infantile indispettimento nei confronti del collega. C’è da dire in effetti che è raro avere progetti trasversali all’interno dei quali i membri provengono da livelli occupazionali tanto differenti da creare conflitti sulla retribuzione (non tenendo conto dei circoli della qualità e del metodo Ischicawa), ma di certo l’efficienza del team risiede soprattutto nella scelta degli elementi costitutivi. Quasi ci fosse il bisogno di creare una figura professionale anche per stabilire chi va bene con chi, d’importanza sostanziale immagino sia le cernita tra le risorse disponibili ad un determinato tipo di impegno poiché capaci di mettere davanti alle loro ambizioni il raggiungimento di uno scopo comune. Un esempio alquanto banale potrebbe essere riferito alle manie di protagonismo di certuni che al posto di collaborare e amalgamare le proprie capacità con il resto dei colleghi, sottolinea i suoi contributi senza aver rispetto e cura del lavoro altrui; ciò può succedere ad esempio durante i resoconti col responsabile causando ovviamente uno scontento comune e un -quasi- fallimento dell’intero progetto. Si avrebbe in questo caso un irrigidimento dei colleghi che limita la produttività, o che porterebbe ad una manovra di accerchiamento intellettuale che oltre smorzare l’efficacia, simula un clima guerresco decisamente fuori luogo.

Con tutto questo spero di non aver inverato alcunché sprecando qualche migliaio di lettere e il tempo di alcuni lettori; credo solamente che il sistema con cui si creano i gruppi di lavoro debba essere standardizzato secondo criteri che vadano oltre le capacità e l’obiettivo in se; un gruppo di pari funziona di certo meglio che un gruppo molto assortito e in cui magari è facile trovare l’arrampicatore sociale senza scrupoli e senza cervello. Scontato che spesso ci sia bisogno di linfa nuova e di giovani menti; dire il contrario sarebbe un suicidio per me, ma quando non si hanno risorse di questo tipo probabilmente è meglio considerare anche le aspirazioni che ogni singolo elemento porta con se nella partecipazione a quel progetto.

Sarei ad esempio molto curioso di conoscere gli esiti dell’intero processo produttivo di un’azienda da noi analizzata e che in sostanza è priva di organigramma perché tutto viene gestito a progetti. Quanto dei conflitti lì viene risolto solo grazie alla mediazione di una “leadership giudiziaria” e non solo dedita al coordinamento?! Chi e come sceglie i membri dei progetti?

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Presentazioni e buoni intenti

October 24, 2005 by Antonio Patti LdF · 3 Comments
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Eccoci di nuovo qui, dopo tante settimane di silenzio una giornata abbastanza produttiva ispira fiducia spingendomi ad aprire finalmente questa nuova pagina dedicata, come è ormai mia abitudine, ad interessi personali che spero tanto un giorno si trasformeranno in lavorativi.

Mi ripresento per chi non mi conoscesse: sono Antonio e, nato a Catania 24 anni fa, ho quasi conseguito una laurea in Filosofia con una tesi però di indirizzo sociologico-strumentale. Dico strumentale perché mi sto occupando di corporate blogging sperando che un giorno questo mi possa aiutare a trovare un impiego nel campo della comunicazione. A questo proposito informo i miei lettori che nonostante le mie sicule origini (comprese di vocali e accentazioni strambe), adesso scrivo da una -costosa- singola sita sulla Tiburtina in Roma; qui mi trovo per motivi di studio da poco più di due settimane perché sto frequentando un Master in “gestione delle risorse umane e comunicazione aziendale”… i miei argomenti preferiti insomma!

Il trambusto che ho vissuto prima di arrivare fino alla scrittura di questa pagina ve lo risparmio anche perché dovrebbe essere trattato su un altro Blog di prossima apertura in cui confluiranno tutte le disavventure che i lidi romani mi stanno causando.

Qui ho in progetto di discutere e speculare su tutto ciò che questo corso mi sta offrendo, magari approfondendo tematiche utilizzando la “grande rete” come risorsa e perché no, anche mettermi un po’ in mostra. In fondo il mio obiettivo è proprio quello di entrare nel mondo della comunicazione e quale migliore maniera se non quella di comunicare quello che penso?!

Ho cercato di fare ciò anche sul mio vecchio Blog, tanto che lì un talent scout dovrebbe andar a guardare per conoscermi meglio, ma qui, adsl permettendo, vorrei proprio fare il nerd rielaborando ciò che più mi ha colpito e che più mi ha interessato (24 ore permettendo…).

Fatta questa presentazione che dire?
Potrei iniziare immediatamente con sproloqui, ma non mi sembra il caso; preferisco aspettare un po’ e scrivere qualcosa di veramente interessante e documentato; ormai i canoni con cui si scrive sulla rete li ho fracidi in testa e nonostante ciò non significhi che lo sappia fare, è sempre meglio rispettarli il più possibile.
I link ad esempio.
Quelli fin quando navigherò a tempo col cellulare difficilmente arriveranno, come anche le ricerche e la scoperta di notizie interessanti magari stimolate da altrettanto intriganti spunti presi a lezione.

Da me si dice “vidennu, facennu”, ma già l’aver scritto questo mite post di apertura mi da la spinta per ricominciare a scrivere avendo ben in mente che non è solo un progetto quello del Blog, ma un lavoro già bello che iniziato da portare senza a compimento.

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