Io comunicatore
Da quando la dirittura d’arrivo del mio percorso universitario si è iniziata a vedere, ho sempre cercato di guardare oltre l’immediato riferendomi alle caratteristiche che il “presente me stesso” offriva, così da fare una scelte che potessero essere il più efficaci possibili al “futuro me stesso”.
Da quando ho iniziato questo master sento di aver capito quale sia la mia vera vocazione tanto da concedermi il lusso di dire cosa vorrei fare da grande…
l’addetto alla comunicazione, o se vogliamo essere poetici, il comunicatore.
Che abbia le capacità o meno sarà il caso assieme a chi ci incontrerò dentro a deciderlo, ma tanta e tale è la mia convinzione che ormai applico quel po’ che so al maggior numero di casi in cui mi imbatto quotidinianamente.
La cosa particolarissima che oggi ho notato durante una lezione di comunicazione è legata appunto alla forma mentis che (secondo la mia superficialissima opinione) un comunicatore acquisisce con la professione. Ho avuto come la sensazione che tutto ciò che in me ha un minimo di chiarezza o di semplice esistere possa essere comunicato; praticamente nulla risulta più coperto da segreto istruttorio, neanche tutto quel malloppo di esperienze che per intensità ed intimità magari fino a qualche tempo fa avrei faticato ad esprimere.
L’occasione per questa riflessione mi è stata data da un intervento del nostro formatore il quale domandandoci della nostra vita privata, sottolineava come non fosse obbligatorio dire tutto, ma che alla luce del rapporto cristallino che pare essersi creato, non sarebbe stato assolutamente necessario tacere alcunché. Beh in quel momento ho preso coscienza del fatto che ormai nulla riguardo la mia persona e le mie esperienze istintivamente nascondo..un po’ perché ho superato tutto, un po’ perché ormai tutto, e dico tutto ciò che passa in me credo potenzialmente sia comunicabile e trasmissibile. Ovviamente ciò non significa che tutto quello sia degno di diventare pubblico, quanto che non trovo alcuna difficoltà a parlare delle mie concezioni politiche, dei miei problemi sentimentali e di null’altro.
La cosa però che mi ha colpito maggiormente è che a questa sorta di apertura corrisponde una sinistra freddezza, un’ambigua intelligenza ricostruttrice che taglia, modifica e sterilizza prima di esporre ogni singolo sentimento. La capacità di riportare fedelmente ogni momento della mia vita infatti strania a tal punto da darmi come feedback la sensazione di non star vivendo quello che racconto perché il vivere ed il raccontare interpreto in maniera del tutto differente; di certo è una mia fisima, ma che l’immedesimazione sia differente dal vissuto vero e proprio credo sia già dimostrato. Non per nulla tanto decantate sono le proprietà catartiche della scrittura e della poesia.
Uno dei più grandi insegnamenti che la Filosofia mi abbia potuto lasciare è proprio questo: -l’uomo non riesce a non comunicare e questa è la sua unica debolezza-. L’ottimo Baruch Spinoza aveva visto molto lungo dal suo isolato studio di tornitore di lenti; come altrettanto profondo, anche se meno fascionoso, fu Wittgenstein quando alla fine del suo sistema di proposizioni e assiomi confessò che la parte più importante della conoscenza era proprio quella del “non detto”.
La mia domanda parecchio retorica ed inutile a questo punto è questa:
“quanto del comunicato appartiene realmente al vissuto e perché ciò che si comunica tende a non essere vissuto più come proprio?”
Sono certissimo che una stragrande maggioranza non sarà d’accordo col dubbio da me avanzato, ma si prenda questo post come una semplice esercitazione di comunicazione tanto che adesso, dopo aver scritto, neanche così importante mi sembra la questione; parlerò fin quando avrò la sensazione d’essere percepito al meglio, fin quando ne avrò voglia e fin quando qualcuno mi vorrà per farlo. Forse tutto il resto lascia un po’ il tempo che trova.
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