La morte dello startupper che è in me

Sono le tre di notte di un uggioso venerdì sera milanese.

Io per una lunga serie di motivi, non ultimo la stampella per un piccolo infortunio sono a letto col pc sulle gambe non per guardare un film o lavorare al romanzo che non ho mai scritto, ma perché ostinatamente continuo a leggere i bandi per i finanziamenti Europei per le startup (Fiware).

Nonostante sia ormai in grado di progettare un’app e seguirne lo sviluppo, la completa ignoranza sul fronte tecnico mi fa sentire come un meccanico a cui dicono di fondersi i pezzi del motore, come un architetto costretto a usare una scavatrice per costruire le fondamenta o come uno scienziato a cui dicono di sviluppare la vista per guardare dentro le cellule.

Io capisco che se un investitore, istituzionale o privato che sia, scommette su un progetto, esige il massimo delle garanzie possibili, ma quanta creatività si perde emarginando tutti coloro che non hanno una preparazione tecnica? Quante idee, quanti bisogni e quante soluzioni possono trovare persone che, non avendo una formazione tecnica, vivono la tecnologia e la vita in maniera diversa da un ingegnere o uno sviluppatore?

Morte di uno startupper

Se con gli attuali modelli di selezione, incubazione e accelerazione solo una startup su dieci sopravvive, non pensate che, forse, stiate sbagliando qualcosa? Visto che nell’epoca dei BigData e dei Social Network da un miliardo di iscritti di tecnologia ne abbiamo già moltissima, non sarebbe meglio focalizzarsi su idee, creatività e interfacce?

Avessi i soldi creerei un acceleratore fatto solo da sviluppatori messi a servizio delle migliori idee di creativi, umanisti e letterati capaci di scrivere con precisione cosa vogliono e dove vogliono andare a parare. Della parte tecnica se ne occuperebbe il mio staff creando economie di scala, interoperabilià e un vero ecosistema per smart city, produttività personale e BigData.

So che il tema delle tecnologie è molto più complesso, ma lasciatemi dire che prima che una startup abbia successo o fallisca solo per una questione tecnica, passano almeno qualche centinaio di migliaia di euro di finanziamenti. Ovviamente non mi riferisco a startup del settore biotech, sicurezza, protocolli, accessibilità, cloud etc. Sia chiaro.

Detto questo, credo che stasera sia evvenuta ufficialmente la morte dello startupper che da anni vive in me. Quanto tempo e quante energie sprecate. Mi faccio più tenerezza di uno startupper la cui impresa fallisce dopo anni di fatiche. In compenso però lo scrittore e il designer, coinquilini dello startupper, motivano evoluzionisticamente il suo prematuro decesso dicendo: “Non aveva ancora imparato a vivere. Non riusciva procurarsi il cibo e sprecava le sue energie in battute di caccia inutili.”

Con composto cordoglio, lo saluto anche io. Da oggi si da spazio agli altri inquilini. Questo post notturno ne è la dimostrazione.

Dopotutto la vita continua anche grazie alla morte. ma questo credo sia un tutto un altro discorso..

Io sono pop. Molto pop.

Sono un amante delle melodie sdolcinate, degli assoli strumentali di archi e pianoforte, dei ritmi pesanti scanditi da bassi invadenti, delle distorsioni da chitarra elettrica, dei suoni elettronici, dei campionamenti e delle urla delle cantanti e dei neo-melodici.

Dalla musica leggera italiana, alla musica elettronica, al rock fino alla drum&bass, l’r&b, la musica latina e la musica popolare. Mi piace tutto. Sono un ingordo e una bocca buona. Ascolto di tutto e seleziono solo il “meglio” per le mie playlist on e off line.

Sono un amante di qualsiasi cosa suoni bene, per questo non riesco ad apprezzare la musica intellettuale. Quella che fa poco rumore, che ha testi lunghi e complessi, senza ritornelli, senza melodia e che, Dio me ne scansi e liberi, è più assimilabile a una poesia cantata che a una sana canzoncina.
A me piace di tutto perché io la musica non la ascolto, la sento. Per me non è importante il testo, ma il complesso di emozioni che la melodia e la voce riescono a darmi.

Sono cresciuto ascoltando le cassette tarocche del Festival di Sanremo e degli 883 nell’autoradio di mio padre. Ho poi ascoltato per anni Rap italiano e americano con solo piccole eccezioni per i Prodigy e i Chemical Brothers. Dalla maggiore età invece mi sono dato alla radio e ai video musicali, dapprima con TMC2 e poi con MTV.

Oggi quando posso ascolto la radio saltando da una stazione all’altra per evitare gli speaker e la pubblicità, oppure mi sintonizzo sulle playlist automatiche di YouTube. Qui fino a pochi giorni fa era disponibile un servizio chiamato “YouTube Disco” in cui era possibile ascoltare i video più visti nel mondo. Un’analisi dei big data musicali molto casereccia e colorata visto quelli che è capitato vedere.

YouTubeDisco

La mia onnivora cultura musicale però, oltre che insulti e derisioni da parte dei miei amici, mi ha dato spesso anche tante soddisfazioni. Più di una volta mi è infatti capitato di ascoltare una canzone e innamorarmene al primo ascolto; tutte le volte che è successo quel pezzo è poi diventato un successo radiofonico, televisivo e digitale.

Volete qualche esempio?
Ecco una piccola lista cronologica: “50 Special” dei Luna Pop“Dedicato a te” delle Vibrazioni, “Mundian to Bach Ke” di Panjabi MC, “Nobody’s Wife” di Anouk, “Deeper underground” dei Jamiroquai“Hey there Delilah” dei Planet White T’s, “Novembre” di Giusy Ferreri“Scary Monsters And Nice Sprites” degli Skrillex e “Papaoutai” di Stromae. In alcuni casi sono arrivato in ritardo rispetto al “grande pubblico” con perle come “Toxicity” dei System of a Down o “Unforgiven II” dei Metallica, ma la sensazione di star ascoltando qualcosa di molto buono l’ho avuta immediatamente come negli altri casi.

Cosa significa questo?

Che sono pop. Molto pop.

Usando molto le palylist automatiche di YouTube settato in lingua inglese, ho ascoltato quasi un mese fa la divertente canzone “All About That Bass” di Meghan Trainor e, ci credereste se vi dicessi che prima che arrivasse al secondo ritornello stavo già muovendomi ridicolmente sulla sedia (del lavoro). Nel giro di un mese il pezzo ha invaso radio e TV, quindi ancora una volta ho confermato il mio “grande fiuto” per la musica pop.

Se lavorassi nel settore discografico magari potrei sfruttare questa abilità per fare scouting, ma siccome faccio altro, mi permetto di suggerirvi qualche pezzo che magari vi è scappato, ma che invece secondo il mio poppissimo parere, merita tutta l’attenzione a tempo determinato di cui noi grandi masse siamo capaci.

Ecco due perle che ascolto spessissimo con piacere.

Per finire, scommettiamo che il prossimo pezzo di successo sarà “Shower” di Becky G.?

PS presto scriverò anche di quel meraviglioso e scintillante mondo dei video musicali, un vero specchio dei nostri tempi!

 

Prenderla sportivamente ed essere come Nettuno

Martedì scorso non ero al massimo della lucidità, ma sentivo il bisogno di allenarmi. Hai presente quando senti di dover stancare il corpo per far riposare la mente? Ecco, questo è quello di cui avevo bisogno martedì, peccato che nel fare acrobatica con I ragazzi della Total Natural Training, ho fatto un atterraggio non proprio fortunato. Diciamo anzi che proprio dando seguito alla mia grande predisposizione per le acrobazie, sono riuscito fare un tuffo rotante in avanti ed atterrare sulla punta dei piedi nella gommapiuma. Dopo essere sprofondato ho sentito un gran dolore, ma ho provato a continuare perché pensavo fosse solo una botta. Poi il fastidio è diventato insopportabile così ho messo il ghiaccio ed ho aspettato lo stretching.

L’indomani appena sveglio, metto il piede giù e, oltre a sentire un gran dolore su tutta la punta del piede, vedo un piccolo livido accanto al mignoletto. Cosa sarà? Boh! Nel dubbio però mi faccio accompagnare al pronto soccorso dove, dopo tre, ore vengo a sapere di avere una frattura della falange prossimale al quinto dito del piede.

Un mese di malattia, ultime due dita unite insieme da un po’ di cerotto, divieto di indossare la scarpa e poggiare la punta del piede destro. Quando il dottore, visibilmente e sonoramente russo, mi ha detto “Deve stare fermo per un mese. No poggiare punta del piede perché se la poggia la frattura si scompone e noi dovere operare” ho capito che non potevo che prenderla sportivamente.

Un mese senza la possibilità fisica (stampelle) e legale (visita medica) di muovermi liberamente, non potrà essere una tragedia. Sono nella mia nuova casa da poco più di un mese (ve ne racconterò presto), ho tante piccole cose da sistemare e a cui pensare. Inoltre fortunatamente il grosso progetto che stavo seguendo per ATM potrò gestirlo anche da casa, quindi avrò oltre mezza giornata impegnata tutti i giorni.

Il dito inoltre non mi fa male e basta camminare con un po’ di attenzione, che muoversi in casa e nel quartiere per fare un po’ di spesa non è un problema. Anche fare flessioni, addominali, trazioni e stretching non sarà difficile, quindi a conti fatti, più che una malattia, si tratterà di un periodo di silenziosa e iperlocale autogestione quotidiana. Paradossalmente sto trovando quasi più difficile organizzare le mie giornate da zero, che seguire la solita routine sveglia>metro>ufficio>pranzo>ufficio>tutto_il_resto.

Inoltre credo che tutti nella vita dovrebbero provare a rompersi qualcosa. Ogni vero uomo ha cercato di conquistare il mondo, ha almeno una volta avuto un piccolo intoppo. Io alla mia età non potevo andare avanti senza aver rotto qualcosa. Lo prendo quasi come un segno della sopravvenuta maturità (fatti 33 anni da poco). Ora che tutto sembra essere ad un punto di svolta, rompersi perpendicolarmente un ossicino del piede mi dà l’ufficiale accesso al mondo degli adulti.

Sono ironico, ma non troppo.

In questo periodo sono molte le cose che ho cambiato. Molte le abitudini che sto cercando di riprendere, tantissime le abitudini che sto cercando di abbandonare.
Scrittura, pensiero e lavoro. Questo è il tridente che ho deciso di impugnare lasciando alle spalle molto di quello che fino ad oggi mi ha accompagnato.

Nettuno

Come Nettuno terrò l’arma accanto mentre, seduto sul mio trono, scriverò di me, della gente e del futuro, ma come lui sarò sempre pronto ad impugnarla per difendermi o attaccare.

Mai come in queste settimane mi sento come un corso d’acqua finalmente giunto alla sua foce in mare. Non c’é più un letto a costringere il mio corso. Non ci sono sassi, dighe o montagne che potranno fermarmi.

Adesso sono in mare.
Adesso sono Nettuno. Zoppo, ma Nettuno!

Cambiamenti

La differenza tra voler cambiare e il vero e proprio cambiamento è più o meno uguale a quella che passa tra l’acqua e il vapore. Si tratta sempre di due molecole di idrogeno e una di ossigeno, ma quanto calore è necessario per trasformare un liquido in un gas?

La stessa cosa succede quando si sente l’esigenza di cambiare, di modificarsi, di crescere o semplicemente modificarsi, preferibilmente in meglio, ma anche solo semplicemente in qualcosa che non si è.

Come e dove è possibile trovare la forza per farlo? La motivazione, il tempo, l’energia, la costanza e l’entusiasmo?

Belle domande, belle domande davvero!

La verità secondo me è che per cambiare serve tempo, forza e decisione. A volte purtroppo non sono sufficienti situazioni pericolose, malesseri, rimproveri e cadute. No, il cambiamento vero non viene mai da fuori. Il cambiamento vero viene da dentro come il vizio del vecchio lupo glabro.

Credo che per imparare a cambiare dovremmo ispirarci alla natura. Dovremmo guardare un albero che si insinua tra le rocce di una montagna, dovremmo ammirare le giraffe mangiare foglie a oltre cinque metri di altezza, dovremmo chiederci come facciano i pesci a respirare sott’acqua.

Che cosa strana però doversi ispirare alla natura per poter fare qualcosa “tipicamente umana”. In natura non esiste il cambiamento, esiste l’istinto, esiste l’adattamento o l’evoluzione, ma non il cambiamento.
La natura non cambia, la natura è natura.
La natura si esprime, reagisce, vive e fa vivere.
La natura fa tutto ciò con una spontaneità che noi umani abbiamo perso perché troppo presi dalla moderna quotidianità delle nostre vite.

Al giorno d’oggi per cambiare bisogna controllare il calendario per trovare il tempo, il denaro e magari anche la compagnia giusta. E se a questo si aggiunge che se si sente il bisogno di cambiare lo si sente a partire da uno stato di insoddisfazione, allora tutto diventa più difficile.

Se fossimo animali carnivori senza cibo, forse cominceremmo a mangiare delle piante. Se fossimo degli alberi in un periodo di siccità, forse allungheremmo le radici in basso in cerca di una falda.
Se riuscissimo ad essere sempre noi stessi, non avremmo bisogno di cambiare. Saremmo sempre noi, sempre un po’ diversi, ma sempre abbastanza felici.

Io il mio cambiamento lo comincio da qui. Punto.

Il dilemma dello scrivere

A me è sempre piaciuto scrivere.
Scrivevo senza la necessità di avere un compito di italiano dalle superiori. Scrivo sul Lavoro da Filosofo dal 2004. I miei primi manoscritti erano testi di canzoni rap poi trasformatisi “saggistica adolescenziale“, fino poi stabilizzarsi in contenuti per Blog e Social Network.

Stili differenti, momenti della vita altrettanto diversi, ma tutti accomunati dall’unico grande desiderio di scrivere e raccontare.

Negli ultimi anni il mio lavoro e l’approccio professionale alla scrittura hanno però tarpato le ali della mia creatività e della mia libertà di espressione. Ciò è accaduto sia perché, a 30+ anni, non credo sia opportuno scrivere cagate da adolescente, sia perché ho sviluppato una coscienza della mia scrittura molto particolare .

Da una parte sento l’esigenza stilistica di pubblicare testi belli e interessanti, dall’altra ho sempre paura di offendere o ferire qualcuno in maniera involontaria. Con lo scorrere degli anni, delle esperienze e delle conoscenze, ho accumulato un bagaglio di racconti molto ampio e variegato. Tutti racconti che potrebbero interessare, potrebbero divertire, intrattenere o far pensare, ma io non ce la faccio. Non riesco a scrivere con leggerezza di quello che ho vissuto e di quello che vivo quotidianamente.

La mia è una scrittura descrittiva. Mi piace parlare della vita della gente ascoltandola attentamente e osservandone l’abbigliamento, la postura, i movimenti, gli atteggiamenti coscienti e incoscienti. Il paradosso di questa mia “capacità” è che in realtà non sono un pettegolo. Non mi interessa conoscere i pensieri, i segreti e le paure della gente, ma cosa posso farci. Chiunque mi stia intorno per me è come una matassa di fili colorati da sciogliere.

Altro problema poi riguarda quel terribile mix tra pudicizia meridionale e deformazione professionale.

Quando metto l’orologio

Io detesto avere addosso oggetti inutili.
Solitamente non uso collane, anelli o bracciali; faccio a volte un’eccezione solo per l’orologio.

Per me mettere l’orologio non è una questione di estetica. Per me l’orologio è uno strumento necessario alla gestione del tempo.
Quando metto l’orologio non voglio solo guardare più spesso che ore sono. Voglio sentire il peso del tempo. Voglio percepire il fastidio dello scorrere dei minuti su di me, ma indipendentemente da me.

Il tempo che passa diventa memoria. La memoria è ricordo, personalità, esperienza, gioia e dolore. La memoria è incontrollabile come il tempo. Mi segue sempre passandomi addosso come passano i minuti.

Il tempo che passa aumenta il peso della memoria che non può essere fermata, ma può essere messa al polso, guardata dritta negli occhi e misurata con un orologio.

Tic-tac-tic-tac-tic-tac.
Che ora è?
Ora basta.

orologio_lavorodafilosofo